Hazara – Gli esclusi (National Geographic 2008)
SCONFINAteMENTI

Hazara – Gli esclusi (National Geographic 2008)

Nel cuore dell’Afghanistan c’è un vuoto, un’assenza che non si può fare a meno di notare, là dove si ergeva il più grande dei due Buddha di Bamiyan. Nel marzo del 2001 i Taliban, dopo aver bersagliato le statue per giorni con i lanciamissili, vi hanno piazzato cariche d’esplosivo e le hanno fatte saltare. Quei Buddha dominavano la provincia di Bamiyan da circa 1.500 anni.

Sotto i loro occhi sono andati e venuti mercanti della Via della Seta e missionari d’ogni fede. Emissari di vari imperi – mongoli, safavidi, mogul, inglesi, sovietici – hanno attraversato la provincia, spesso lasciandosi dietro scie di sangue. Si è formata una nazione chiamata Afghanistan, e più di un regime è nato, è caduto o è stato rovesciato. Le statue sono rimaste lì per tutto quel tempo. Ma per i Taliban i Buddha erano solo idoli non islamici, eresie scolpite nella roccia. Non temevano di essere considerati brutali, né l’ulteriore isolamento che ne sarebbe conseguito. Distruggendo i Buddha, hanno voluto sottolineare la supremazia della loro fede sulla storia e la cultura.

Non solo. Hanno anche voluto dimostrare il loro potere nei confronti della gente che viveva sotto le statue,

gli Hazara, abitanti di una zona isolata dell’Afghanistan centrale nota come Hazarajat. Questa è la loro terra, anche se non del tutto per loro scelta. Pur costituendo un quinto della popolazione dell’Afghanistan, gli Hazara sono sempre stati considerati degli estranei. In un paese a larga prevalenza sunnita, loro sono in maggioranza sciiti. Sono considerati da sempre grandi lavoratori, eppure svolgono i lavori meno allettanti. I loro lineamenti asiatici – occhi stretti, naso schiacciato, viso largo – li hanno di fatto relegati a una casta inferiore, e questa presunta inferiorità viene loro ricordata così spesso che alcuni finiscono per accettarla.

I Taliban che nel 2001 governavano il paese – in prevalenza fondamentalisti sunniti d’etnia pashtun – consideravano gli Hazara alla stregua di infedeli, bestie, diversi, sia per via delle fattezze, così diverse da quelle degli altri afghani, sia perché – secondo loro – non pregano come deve pregare un musulmano. Un detto taliban sui gruppi etnici non pashtun dell’Afghanistan recita così: “I Tagichi in Tagikistan, gli Uzbechi in Uzbekistan e gli Hazara in goristan”. Ossia, al cimitero. Non a caso, quando i due Buddha sono stati abbattuti l’esercito taliban stava assediando l’Hazarajat, dando alle fiamme interi villaggi per rendere la provincia inabitabile. Con l’approssimarsi dell’autunno di quell’anno, la gente dell’Hazarajat cominciava a domandarsi se avrebbe superato l’inverno. Poi è arrivato l’11 settembre, una tragedia lontana che al popolo hazara è parsa come una promessa di salvezza.

Sei anni dopo la caduta dei Taliban la terra degli Hazara mostra ancora le cicatrici di quel periodo, ma si intravedono prospettive inimmaginabili solo 10 anni fa. Oggi la provincia è tra le più sicure dell’Afghanistan, e le piantagioni di papavero da oppio, così diffuse in altre aree del paese, qui sono praticamente inesistenti. A Kabul, sede del governo centrale di Hamid Karzai, c’è un nuovo ordinamento politico, e oggi gli Hazara hanno accesso alle università, a impieghi nell’amministrazione pubblica e a possibilità di carriera che sono sempre state loro precluse. Uno dei vice presidenti della nazione è hazara, come lo è il parlamentare più votato, nonché la prima e unica governatrice donna del paese. Persino il bestseller internazionale Il cacciatore di aquiloni (da cui è stato tratto anche un film) racconta la storia di un Hazara, per quanto immaginario.

Mentre il paese, dopo decenni di guerra civile, è impegnato in una faticosa opera di ricostruzione, sono in molti a credere che l’Hazarajat possa costituire il modello di una nuova società non solo per gli stessi Hazara, ma per tutto il popolo afghano. Un ottimismo mitigato però dai ricordi del passato e dalle frustrazioni del presente: strade mai costruite, la rinascita dei Taliban e crescenti ondate d’estremismo sunnita.
Il progetto di ricostruzione dei due Buddha, che prevede la raccolta delle migliaia di frammenti di roccia che li componevano, è stato avviato. Qualcosa di simile sta avvenendo tra gli Hazara, che cercano di ricomporre il loro passato frantumato, ma c’è una differenza non trascurabile: dei Buddha distrutti esistono fotografie, mentre gli Hazara non hanno un modello del passato cui ispirarsi; non hanno idea di come può essere un futuro libero dalle persecuzioni.

Musa Shafaq vuole vivere in quel futuro. Ha 28 anni, capelli neri fino alle spalle e i lineamenti tipici degli Hazara, non molto diversi da quelli dei Buddha. Lo incontro davanti all’entrata dell’Università di Kabul; indossa un maglione rosso, jeans neri e occhiali da vista. Tra due mesi si laureerà, un traguardo notevole per qualsiasi afghano, data l’instabilità del paese. E poiché è Hazara, il suo successo è il segnale di una nuova era. Shafaq si aspetta di laurearsi con il massimo dei voti, e questo dovrebbe garantirgli il lavoro che più d’ogni altro desidera, un posto d’insegnante all’Università di Kabul.
«È hazara la gioventù più entusiasta, istruita e progressista, pronta ad afferrare le opportunità offerte dalla nuova situazione», spiega Michael Semple, un irlandese dalla barba rossa che lavora all’ufficio di rappresentanza speciale dell’Unione Europea in Afghanistan. Shafaq ha contribuito alla fondazione del Centro per il dialogo, organizzazione studentesca hazara che conta 150 iscritti. L’associazione pubblica una rivista, organizza eventi per promuovere “umanità e pluralismo” e si occupa del monitoraggio delle elezioni insieme alle organizzazioni per la tutela dei diritti umani.
«Si sono schiuse nuove prospettive», dice Shafaq, «ma non sappiamo per quanto tempo». Questo figlio dell’Hazarajat è il tipico ragazzo di campagna che si trasferisce nella grande città e riesce a fare strada. Suo padre era agricoltore nel villaggio di Haft Gody, nel distretto di Waras, a sud della provincia di Bamiyan, dove gestiva anche un ristorante. Nel distretto di Waras la tradizione vuole che i figli si sposino molto giovani, restino vicino alla casa dei genitori e badino ai campi di patate. Ma Shafaq voleva di più. Quando non era impegnato ad aiutare il padre, leggeva voracemente: romanzi, storia, filosofia, traduzioni di Abraham Lincoln, John Locke e Albert Camus.

Crescendo, Shafaq ha ascoltato i racconti sulle origini del suo popolo, e sul perché sono così diversi dai Pashtun e dai Tagiki. Gli Hazara come lui, racconta la storia, sarebbero i discendenti dei soldati mongoli di Gengis Khan, che nel XIII secolo marciarono fino all’Afghanistan centrale, vi costruirono un presidio e sottomisero la popolazione locale, una mescolanza di popoli piuttosto comune lungo la Via della Seta. Quando gli abitanti della regione insorsero e uccisero il figlio di Gengis Khan, il conquistatore si vendicò radendo al suolo l’intera zona e sterminandone gran parte degli abitanti. I sopravvissuti si mescolarono con i Mongoli invasori e divennero gli Hazara, una combinazione genetica visibile ancora oggi nella diversità dei lineamenti della gente che popola questa zona.

In tempi recenti una minoranza hazara ha rivalutato il legame con Gengis Khan traendone motivo d’orgoglio, ma in genere la discendenza straniera viene usata contro gli Hazara. Per molti Hazara la storia moderna comincia nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando il re Abdur Rahman, di etnia pashtun, dette inizio a una campagna di sanguinosi pogrom contro il gruppo etnico nell’Hazarajat e dintorni. Esaltati da un esasperato nazionalismo e armati delle fatwa dei mullah sunniti, che bollavano gli Hazara come infedeli, gli eserciti di Rahman ne sterminarono a migliaia, riducendo in schiavitù i sopravvissuti. Gli Hazara furono deportati in massa dalle fattorie delle pianure alle aree montuose al centro del paese. Da allora, chi ha avuto il potere li ha sempre tenuti confinati, fisicamente e psicologicamente, in quelle montagne, con l’uso della forza, della legge e della manipolazione.

«Per gli Hazara rivelare la propria appartenenza etnica era motivo di disagio», racconta Habiba Sarobi, governatrice del Bamiyan. Aggiunge Mohammed Mohaqeq, l’ex comandante hazara che nel 2005 ha raccolto il maggior numero di voti alle elezioni parlamentari: «Eravamo bestie da soma, buoni solo per trasportare cose da un posto all’altro».

Shafaq frequentava il liceo nel 1996, quando i Taliban presero il potere e promisero sicurezza a una popolazione ormai stanca dell’aspro conflitto etnico tra i signori della guerra, che vedeva coinvolte anche le fazioni hazara. Un anno prima i Taliban avevano brutalmente assassinato Abdul Ali Mazari – il carismatico leader considerato da alcuni come il “padre del popolo hazara” – che, nel tentativo di fermare i contrasti interni fra la sua gente, aveva fondato il “partito dell’unità”, Hezb i Wahdat. Alla sua morte il partito si è diviso, e poco dopo i Taliban hanno invaso l’Hazarajat.

«Lavoravo nel campo con mio padre quando mia sorella è arrivata di corsa e ci ha detto che c’erano Taliban dappertutto», racconta Shafaq. Gli abitanti dei villaggi ricavarono rudimentali bandiere bianche dai sacchi di fertilizzante, i capi locali cercarono accordi per placare gli invasori, e Shadaq nascose i suoi libri.

Fu una brutta guerra. Nella provincia di Bamiyan, i combattenti Wahdat speravano di impedire ai Taliban di impossessarsi delle poche aree del paese che ancora non avevano conquistato. Le scuole furono chiuse. I campi abbandonati. Le famiglie fuggirono verso l’Iran, o sulle montagne. I Taliban imposero un blocco economico all’Hazarajat, tagliando le forniture di generi alimentari in una provincia già straziata dalla siccità. Il bazar della città di Bamiyan fu dato alle fiamme, e molte famiglie cercarono rifugio nelle caverne attorno ai Buddha.

Nei primi giorni del 2001, al culmine di un inverno feroce, l’orrore della guerra raggiunse il distretto di Yakawlang. Il giorno 8 gennaio, i Taliban radunarono i giovani maschi hazara a Nayak, centro del distretto. «Pensavamo che li avrebbero processati», racconta Sayed Jawhar Amal, insegnante nel vicino villaggio di Kata Khona. «Invece, alle otto del mattino, li hanno ammazzati. Tutti». Li misero in fila e li fucilarono sotto gli occhi della gente. E quando gli anziani di Kata Khona andarono a chiedere notizie dei giovani della loro comunità, uccisero anche loro. Secondo le stime dell’Ong Human Rights Watch, in quattro giorni vennero giustiziate più di 170 persone. «Perché eravamo Shia [musulmani sciiti]. L’unico motivo era questo», commenta Mohsin Moisafid, 55 anni, di Kata Khona, che quel giorno perse due fratelli.

I combattimenti ripresero due settimane dopo. Sempre secondo Human Rights Watch, l’esercito taliban distrusse, dandoli alle fiamme, più di 4.000 fra abitazioni, botteghe ed edifici pubblici. Nella parte occidentale della provincia di Bamiyan rasero al suolo intere città.

In molti trovarono rifugio nel distretto di Waras, dove la famiglia di Shafaq – madre, padre e sette tra fratelli e sorelle – faticava a procurarsi da mangiare. Shafaq smise di studiare e cominciò a insegnare (oggi le scuole dell’Hazarajat sono piene d’insegnanti che non hanno neppure terminato la scuola elementare). E nel frattempo i suoi sogni svanivano. «Non avevo molte speranze perché pensavo che i Taliban sarebbero rimasti per altri 10 o 20 anni», dice.

L’offensiva taliban era al suo culmine il giorno dell’attentato al World Trade Center. «Fu una sorta di deus ex machina», racconta Michael Semple, che ha documentato con grande rischio personale il massacro di Yakawlang del 2001. Quando l’esercito Usa destituì i Taliban dal potere, la speranza si riaccese. Per gli Hazara, la liberazione era ormai a portata di mano.

Ma anche oggi, per gli Hazara come Shafaq, non è facile avere speranza nel futuro. «Vorrei vedere un luogo dove i sogni dei giovani siano realizzabili», dice. «Dove ci sia una chiesa e un tempio induista, dove possano coesistere religioni diverse. È questo l’obiettivo del pluralismo». Shafaq sogna un posto all’Università di Kabul, e vorrebbe sposare una ragazza del suo villaggio. È figlia di amici di famiglia, una sciita sayyid, cioè discendente dal profeta Maometto. Tradizionalmente le famiglie sayyid non permettono alle loro figlie di sposare uomini hazara. Ma in questa nuova era forse sarà possibile.

Per chi vive qui, l’Hazarajat è una terra difficile dalla storia difficile, in cui è complicato persino sopravvivere. L’inverno, quando arriva, dura sei mesi. La neve rende le strade impraticabili anche con la trazione integrale e le catene, e chiude gli alti valichi montani che separano i vari distretti. Malgrado le promesse fatte qualche anno fa dal governo e dai donatori internazionali di asfaltare le strade da Kabul al Bamiyan e dal Bamiyan al distretto di Yakawlang, ancora oggi molte di queste strade non sono che semplici mulattiere. Durante l’inverno, il numero di donne che muoiono di parto aumenta perché non si riesce a prestare soccorso in tempo, e anche con le migliori condizioni meteorologiche gli agricoltori non riescono mai a portare il raccolto ai mercati.

Mohammed Akbar è un agricoltore hazara dagli occhi grigioazzurri che s’intonano al turbante ben stretto sul capo e al viso dai lineamenti delicati incorniciato da una barba bianca. Vive a Lorcha, un minuscolo villaggio nella parte occidentale del distretto di Yakawlang. Su un promontorio che sovrasta un fiumiciattolo si abbarbicano gruppi serrati di case dalle pareti di fango. Alcune furono date alle fiamme dai Taliban nel 2001; oggi molte sono state ricostruite. Gli abitanti del villaggio hanno anche raccolto denaro per una nuova moschea. I soldi sono pochi, ma l’anziano del villaggio ha convinto gli agricoltori a resistere alla tentazione di coltivare papaveri. «È haram», dice Akbar, proibito dalla legge islamica.

La scorsa primavera, quando la neve ha cominciato a sciogliersi, molte zone hanno subito violente inondazioni. Ma Akbar (tutto l’Hazarajat, in realtà) ha sperato che quell’acqua segnasse la fine della terribile siccità degli ultimi anni, che aveva impoverito i raccolti e costretto molte famiglie a vendere gli animali. In una mite giornata di fine primavera, Akbar irriga un piccolo appezzamento coltivato a grano appena fuori del villaggio. Tutto intorno, la vallata è un mosaico di simili campi carichi di patate, fieno e grano in crescita. La strada più vicina è al di là del torrente. Il piccolo ponte pedonale che conduceva alla strada è stato spazzato via dall’inondazione. A cavallo del torrente sono stati posti tre tronchi sui quali passano genitori con i figli sulle spalle in cammino verso la scuola.
In questo minuscolo insediamento – come in tutto l’Hazarajat – l’istruzione è una priorità. Anche quando la scuola è una tenda o un edificio senza porte e finestre, anche quando l’insegnante ha studiato solo per pochi anni, i genitori vogliono che i loro figli studino, molto più che nel resto del paese. Hussain Ali vive in una grotta nella provincia di Bamiyan, dove lui e la sua famiglia dormono su materassi sottilissimi e le pareti sono tutte annerite di fuliggine. I suoi figli potrebbero portare del denaro in più, ma lui vuole che vadano a scuola. «Io sono vecchio, il mio tempo è passato», dice, «ma i miei figli devono imparare qualcosa».

Negli ultimi anni sono state costruite molte scuole nella provincia, principalmente a opera di organismi assistenziali e della Squadra di ricostruzione provinciale del Bamiyan, finanziata dalla Nuova Zelanda. L’Hazarajat è molto conservatore, ma tutt’altro che fondamentalista. Qui le donne «vanno a scuola, hanno i loro interessi e la loro libertà», dice Ryhana Azad, membro del consiglio distrettuale di Daykundi.

Col tempo, forse, questi semi daranno frutti dei quali potrà godere tutta la società afghana, ma per adesso la gente ha questioni più urgenti da affrontare. Spesso questo significa emigrare in luoghi in cui si trova lavoro. Nei villaggi si vedono le donne spalare la neve dai tetti delle case o raccogliere da sole i prodotti nei campi perché gli uomini sono tutti andati a lavorare come avventizi in Pakistan o in Iran, a Herat o a Kabul. È dura per chi va, ed è dura per chi resta.

Per molti l’alternativa è Kabul, dove oggi quasi il 40 per cento della popolazione è hazara. Hossein Yasa, direttore del quotidiano Daily Outlook, sottolinea che ci sono stazioni televisive e giornali di proprietà hazara, e che è in costruzione un enorme complesso con madrassa e moschea sciita. «La classe media hazara sta crescendo molto in fretta», dice.
Tuttavia, ai margini della società, c’è una vasta categoria sommersa di manovalanza hazara che vive nei quartieri della zona ovest di Kabul e non ha né elettricità né acqua. «Stiamo parlando di ghetti», commenta Niamatullah Ibrahimi, ricercatore alla London School of Economics.

Ogni giorno, i conducenti di carri hazara vengono sulla via principale del quartiere di Dasht-e Barchi nella spernza di rimediare qualche lavoro. All’alba e al tramonto, d’inverno e a primavera, d’estate e in autunno, loro aspettano, sperando che qualcuno noleggi i loro carri per trasportare qualcosa: legname, materiali edili, sacchi di grano, fusti d’olio da cucina, telai di finestre, vivande per banchetti di nozze… qualunque cosa.
Pahlawan, Baba, e Assadullah sono tre dei tanti che fanno questo lavoro per mancanza di alternative. Pensano d’essere invisibili, che nessuno si accorga di loro, ma per molti versi sono il volto pubblico degli Hazara di Kabul, coloro che fanno i lavori che nessun altro vuol fare. In una giornata buona guadagnano tra i 200 e i 250 afghani, tre o quattro euro. Ma non possono mai contare su una giornata buona. Pahlawan, che chiamano “il lottatore”, è il più forte, ha circa 35 anni e lavora da quando ne aveva sette. Zulfiqar Azimi, 67 anni, detto Baba, ha un occhio di vetro e gli mancano alcune dita da una mano. Assadullah, il più giovane, è un tipo pacato e di bell’aspetto, malgrado la polvere che lo ricopre. È tornato da poco dall’Iran. Dice che a vent’anni era un esperto d’arti marziali. «Ora», aggiunge, «ho questo carretto».

Il primo lavoro della giornata arriva da un uomo che ha 20 sacchi di gesso da trasportare fino a un cantiere. Pahlawan s’è allontanato, così Baba e Assadullah si caricano da soli i sacchi, che pesano 35 chili l’uno. Poi, afferrate insieme le aste del carretto, si mettono in cammino, portandosi dietro circa 680 chili di peso in mezzo ai clacson e ai gas di scarico. Dopo sette minuti e diverse centinaia di metri di cammino, svoltano nel dedalo di pareti di fango dei vicoli di Kabul. Col respiro affannato, sudando a profusione, raggiungono il cantiere. Resta solo da portare i sacchi in spalla per gli ultimi dieci metri. Baba ne carica uno e parte, la schiena piegata e la testa china, con la polvere bianca che gli cade sui vestiti. Un’altra decina di minuti e hanno finito. Ricevono un dollaro e venti, da dividere in due. «Vedi che situazione, alla mia età», dice Baba girando la testa per rivolgermi l’occhio buono. Tira fuori una scatola di tabacco da masticare e se ne caccia in bocca una manciata, prima di tornare al solito posto a vedere se arriva un altro lavoro.

Secondo alcuni osservatori la discriminazione cui gli Hazara sono soggetti a Kabul potrebbe riaccendere quel senso d’unità che da tanto tempo manca in Afghanistan, magari persino un desiderio di democrazia. «Ritengo che ci sia molto più nazionalismo fra gli Hazara di Kabul che nell’Hazarajat rurale, perché a Kabul la gente vive quotidianamente questa discriminazione tra Hazara e non Hazara», dice Ibrahimi. Sima Samar, direttore della Commissione afghana indipendente per i diritti umani, concorda: «Gli Hazara sono più adattabili alla democrazia, perché soffrono più degli altri. Sono discriminati. Desiderano davvero uguaglianza e giustizia sociale».

Se i Buddha fossero stati ancora lì lo scorso maggio, avrebbero visto un giovane camminare lungo la via principale della città di Bamiyan, una strada non asfaltata e piena di buche con negozi su entrambi i lati che vendono olio da cucina, medicine e materiali edili. Musa Shafaq è tornato nella terra degli Hazara; non ha avuto il posto che sognava di trovare all’Università di Kabul.

«Se continuerò a vivere in Afghanistan, dovrà essere a Kabul», dice. I suoi brillanti risultati accademici avrebbero dovuto renderglielo possibile. «Era uno degli studenti migliori. Avrebbero dovuto assumerlo», commenta Issa Rezai, consulente del Ministero dell’Istruzione superiore. Ma il pregiudizio contro gli Hazara è ancora forte negli ambienti universitari, tuttora il regno di professori fondamentalisti pashtun, tra cui alcuni esponenti delle frange più estremiste, già a capo di fazioni accusate di atrocità contro i civili hazara.
Come se non bastasse, Shafaq ha ricevuto anche un’altra cattiva notizia: non potrà sposare la sua ragazza del Waras. «Io amo lei e lei ama me», dice. «Ma quando ho mandato mia madre a chiedere al padre il permesso di sposarla, lui ha rifiutato. Perché sono un Hazara».

E così Shafaq si ritrova solo, nell’Hazarajat, a insegnare all’Università di Bamiyan, dove anche tutti gli altri professori sono Hazara. Come i loro studenti, gli insegnanti sono persone serie, motivate, intelligenti… ma un po’ spaventate. Da quando ha riaperto nel 2004, l’università è cresciuta. L’insegna sulla facciata dell’edificio è scritta in tre lingue: inglese, dari (la lingua più diffusa in Afghanistan) e, infine, a caratteri più grossi, in pashtu, la lingua dei Pashtun.

Shafaq insegna Storia dell’Afghanistan all’epoca dell’illuminismo e della rivoluzione industriale, parlando di John Locke e di Abraham Lincoln, di libertà e democrazia. Il suo stipendio è di 2.000 afghani al mese, pari all’incirca a 40 dollari.
Dopo tante speranze e tante promesse, oggi gli Hazara si sentono ignorati dal nuovo governo, che è guidato da un presidente pashtun. In tutto l’Hazarajat riecheggia una domanda: perché non c’è stato più sviluppo e più interesse verso una provincia più sicura delle altre, dove la popolazione sostiene il governo, dove la corruzione non è diffusa, dove le donne hanno un ruolo nella vita pubblica, dove non proliferano piantagioni di papavero da oppio? Non è affatto raro sentire gli agricoltori che parlano di coltivare il papavero, magari anche di creare un po’ di disordine sociale, pur di riuscire ad attirare l’attenzione del governo.

Costruire qualcosa su questa terra non è facile, è vero, eppure l’Hazarajat potrebbe costituire un esempio di ciò che è possibile ottenere in una provincia che crede nel processo di edificazione della nazione. Ma forse è già passato troppo tempo. La ricomparsa dei Taliban, che di recente hanno preso di mira i leader hazara di vari distretti confinanti con le loro roccaforti a sud del paese, rievoca brutti ricordi. «Ogni volta che sentiamo parlare dei Taliban alla radio, ci si gela il sangue», dice Mohsin Moisafid di Kata Khona.

Forse in Afghanistan emergerà finalmente una nuova generazione di leader in grado di condurre il proprio popolo oltre le logiche della guerra, dei signori della guerra e della jihad. Ma molto dipende da quanto cresceranno i Taliban, dal grado di interesse della comunità internazionale, e dal modo in cui le tensioni tra Stati Uniti e Iran (paese a maggioranza sciita) si ripercuoteranno sugli Hazara. Qualunque cosa accada, c’è in gioco molto più del solo destino del popolo hazara. Come osserva Dan Terry, un cooperante americano che vive in Afghanistan da 30 anni: la storia degli Hazara «non è solo la storia di questo popolo. È la storia di un intero paese. È la storia di tutti».